Un casinò a Milano? Dai 50 ai 100 milioni all’anno per renderla una città spettacolare

Milano non ha mai avuto un casinò, ma i milanesi giocano rendendo più ricca la Svizzera

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Casinò Montecarlo - ph. @nrc_naty IG
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Milano è stretta in una morsa. Tra uno stato centrale avido di risorse e un mondo che si fa sempre più complicato tra dazi e guerre. Risultato? La città sta andando sempre più indietro nelle classifiche internazionali. Eppure soluzioni per invertire la rotta ce ne sono. Una è quella di diventare una città stato, con più poteri e risorse, come sono le principali città d’Europa. Un altro è quello di prendere esempio da una delle città stato indipendenti più vicine ai nostri confini: Montecarlo. Una città che vive e prospera anche grazie a un casinò di proprietà di chi amministra il territorio. 

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Un casinò a Milano? Dai 50 ai 100 milioni all’anno per renderla una città spettacolare

# Milano non ha mai avuto un casinò, ma i milanesi giocano

Ph. @heikoshouses IG

Quella dei casinò in Italia è una legge strana. In teoria non si possono aprire, per la normativa anti gioco d’azzardo, ma ci sono eccezioni per motivazioni turistiche o economiche. Innanzitutto nei luoghi vicini alla frontiera, come Campione d’Italia, Saint Vincent o Sanremo. E poi c’è Venezia, dove il casinò serve a finanziare la città. Milano è l’unica grande città italiana così vicina a una frontiera (la Svizzera con i suoi casinò è a 50 chilometri). Non solo: come Venezia ha bisogno di risorse per diventare più attrattiva a livello internazionale. Quindi sembra avere tutte le carte in regola per ospitare un casinò. E, invece, sorprendentemente, Milano un casinò non lo ha mai avuto.

Nemmeno ai tempi della Belle Époque, quando l’azzardo animava i salotti europei. Nemmeno nel dopoguerra, quando si sperimentava ogni forma di attrazione.

Eppure la domanda esiste, eccome. Ogni fine settimana, migliaia di cittadini lombardi scelgono Campione e, molto più spesso, i casinò svizzeri, convertendo euro in franchi. Il paradosso è evidente: mentre la città snobba l’azzardo, i suoi cittadini lo praticano altrove, e altrove finiscono anche i relativi guadagni.

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È un atteggiamento che rischia di essere più ideologico che pragmatico. Proibire non elimina il fenomeno. Lo sposta, e con esso anche le ricadute economiche. Per questo, la vera domanda non è se un casinò sia “giusto” o “sbagliato”, ma se abbia ancora senso continuare a rinunciare a una risorsa che esiste… e che frutta molto.

La verità è che qualcuno ha scelto per Milano di non avere un casinò, ma siamo sicuri che i cittadini siano d’accordo? E che, soprattutto, avere un casinò a Milano porti più svantaggi che vantaggi?

# Il business dei casinò da cui si tiene fuori Milano 

Casinò di Montecarlo – ph. @klara_apanasewicz IG

È un modello esclusivo, ma molto redditizio. I dati parlano chiaro: il fatturato complessivo dei quattro casinò italiani oscilla tra i 250 e i 300 milioni di euro l’anno. Una parte consistente di questi introiti finisce nelle casse pubbliche, tra tasse dirette e indotto.

A Saint-Vincent, per esempio, il casinò dà lavoro a centinaia di persone ed è una delle principali fonti di entrate per il Comune. Campione d’Italia, dopo il clamoroso fallimento del 2018, è ripartito proprio grazie al rilancio del suo casinò, che nel 2023 ha registrato una crescita degli incassi superiore al 50%. Poi c’è il Casinò di Venezia: fondato nel 1638, è la casa da gioco più antica al mondo e fattura oltre 100 milioni di euro all’anno, di cui circa 25 milioni vanno al Comune. Un’attrazione capace di finanziare le casse comunali: perché Milano dovrebbe rinunciarvi a priori?

# 25% dei ricavi al Comune: Milano potrebbe avere dai 50 ai 100 milioni all’anno 

Ph. @sintaille IG

Ma facciamo qualche conto: quanto potrebbe valere un casinò a Milano? Abbiamo menzionato quello di Venezia. Ma per dimensioni della città e numero di turisti, per Milano sarebbe più sensate confrontarsi con quello di Montecarlo. I ricavi annui (2023) provenienti dai giochi del casinò sulla Costa Azzurra hanno raggiunto i 200,8 milioni di euro, a cui si aggiungono gli introiti alberghieri di proprietà del gruppo che sono stati di 213,3 milioni di euro. Secondo la normativa vigente in Italia, il 25% dei ricavi di un casinò vanno destinati al Comune che lo ospita. In questo caso sarebbero 50 milioni ogni anno che potrebbero arrivare fino a 100 milioni se si adottasse lo stesso modello di business di Montecarlo o di Lugano, organizzando anche l’ospitalità (l’hotel che ospita il casinò). 

Si tratta di risorse imponenti che potrebbero essere destinate a potenziare la mobilità urbana, le connessioni con l’hinterland, la programmazione culturale, la sicurezza, la promozione del territorio e i servizi per le case e per i bisognosi. 

Non solo. Un casinò comunale, ben progettato e inserito in un contesto urbano strategico – come l’area di Porta Nuova, o un’area da riqualificare in periferia – potrebbe anche rappresentare un polo dell’intrattenimento legale e sorvegliato, capace di generare occupazione diretta e indiretta, attrarre turismo, oltre a produrre nuove entrate per il bilancio cittadino. Come le grandi fiere o persino gli aeroporti, un casinò può essere una leva di sviluppo urbano.

Naturalmente, i rischi esistono. Le infiltrazioni mafiose, per esempio, sono una minaccia da prendere sul serio. Ma è proprio dentro un sistema legale e trasparente che si può esercitare il controllo più efficace.

Lasciare il gioco ai margini – tra sale slot e scommesse incontrollate – è ben più pericoloso. Meglio un casinò pubblico, regolato, vigilato. E soprattutto utile alla collettività. È ora di aprire un dibattito serio e senza ipocrisie. Perché il vero azzardo, oggi, è non cogliere un’occasione che altri stanno già sfruttando al posto nostro.

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MATTEO RESPINTI

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Matteo Respinti
Nato a Milano, l'11 settembre 2002, studio filosofia all'Università Statale di Milano. Appassionato, tra le tante cose, di cultura e filosofia politica, mi impegno, su ogni fronte alla mia portata, per fornire il mio contributo allo sviluppo della mia città, della mia regione e del mio Paese. Amo la mia città, Milano, per il racconto di ciò che è stata e per ciò che sono sicuro possa tornare a essere.

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