Cinquant’anni fa usciva l’album di Enzo Jannacci “Quelli che…”, partito un po’ in sordina, divenne un’icona di quella musica d’impegno, mescolata con l’intelligente goliardia. Non c’era solo la mente di Enzo a creare questo capolavoro artistico, si prese spunto anche da lavori di Dario Fo, Cochi e Renato e Beppe Viola.
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L’album “Quelli che…” di Enzo Jannacci festeggia 50 anni
# Quell’inconfondibile “oh, yeah”

Il disco prendeva il nome dal brano di nove minuti su quella inconfondibile base blues, accompagnata dal sassofono e con quell’inconfondibile “oh, yeah” di Jannacci. Ma in quel LP troviamo capolavori di mostri sacri del mondo del canzoniere meneghino, come ne “Il Bonzo” (di Fo), “L’Arcobaleno” (di Ponzoni e Pozzetto), con monologhi brevi a cura di Beppe Viola.
# Un prodotto (quasi) milanese al 100%

“Quelli che…” fu incisa presso la Regson Studio, in via Lodovico il Moro a Milano, nel mese di gennaio 1975. Fu un prodotto milanese (quasi) al 100%, con i già citati artisti, a cui vanno aggiunti il fotografo e regista meneghino Cesare Montalbetti, creatore della copertina, sergio Bardotti, pavese adottato da Milano, autore della traduzione di “Nove di sera” dal portoghese all’italiano, Bruno De Filippi, addetto alla chitarra, all’armonica e al Mandolocello e Silvia Annichiarico, corista.
# 14 canzoni al suo interno con “Vincenzina e la fabbrica” a fare da traino

L’album contiene 14 brani, tra questi “La Televisiun”, “Viva la galera” e “Vincenzina e la fabbrica”, incisa dopo il grande successo riscontrato come colonna sonora di “Romanzo popolare”. E fu questa la canzone che trainò il 33 giri. Infatti il brano “Quelli che…” non ebbe subito un grande apprezzamento: è una canzone in cui la voce di Jannacci non segue una vera e propria melodia, ma pronuncia parole recitandole, parole che corrono senza un ordine preciso, che sottolineano vizi, costumi, contraddizioni e luoghi comuni di una tipica Italia anni ’70. Ma quanto è ancora attuale questo brano ?!
Poi Enzo Jannacci, quando la proponeva dal vivo, la cambiava sempre un po’, aggiungendo frasi, togliendone altre, modificandone altre ancora, tanto che “Quelli che…” divenne poi il simbolo del cambiamento nell’agitato divenire di una società sempre più difficile da capire, soprattutto se si cede alla tentazione di voltarsi indietro perchè il presente (e figuriamoci il futuro) si presenta a noi tanto incomprensibile.
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# I brani in dialetto milanese e l’utilizzo del Grammelot

In questo album c’è poi il dialetto milanese, a ricordare che si tratta, si direbbe oggi giorno, di un “progetto musicale popolare”, ma allora il termine “progetto” era quello utilizzato per costruire un palazzo o per cambiare l’impianto elettrico di casa, non lo si accostava certo alle canzoni. Allora, quando usciva un lavoro “popolare” si diceva che “doveva essere intercettato anche dal proletariato”.
E “Quelli che…”, come un po’ tutti i lavori di Jannacci, venne apprezzato sia dal mondo radical-chic, che ne so…del chiostro rinascimentale del Piccolo Teatro, fino ad arrivare alle periferie di Quarto Oggiaro. Dicevamo del dialetto milanese: in questo disco lo troviamo ne “La televisiun”, “El me indiriss”, senza dimenticarci del tocco Grammelot in un altro iconico pezzo, “El Marognero”.
“Quelli che…”, nel corso degli anni, non solo diventò il titolo di una trasmissione simil-calcistica della domenica, ma anche un modo di pensare, un modo per aumentare il disordine nelle già abbastanza disordinate nostre menti, con la speranza che, nella sovrapposizione di due disordini, si crei un ordine, però chissà quanto noioso.
FABIO BUFFA
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